PERCHE' HO ABBANDONATO L'ALIMENTAZIONE VEGAN | Emanuela Caorsi | Consulente in Nutrizione Olistica

Oggi vi racconto la mia storia: da raw vegan (vegana crudista) a onnivora.

Vi spiegherò cosa mi ha spinto a tornare a mangiare proteine animali, quali difficoltà e/o benefici ne ho tratto.

Premetto che ho indicato “Vegana” per permettervi di capire quale fosse la mia alimentazione, ma voglio precisare che d’ora in poi scriverò plant-based (basata sulle piante) per definirla perché il termine “vegan” è riferito a coloro che hanno fatto in primis una scelta etica e di amore verso gli animali, e io scelsi di non mangiare prodotti animali unicamente per ragioni di salute.

Partiamo.

Nel lontano 2012, durante un corso di fotografia, conobbi una ragazza, Michela, che aveva appena completato una formazione di Macrobiotica. Quando entrammo in confidenza le parlai del mio problema di allora: la stitichezza. Ero disperata. Il gastroenterologo la liquidava con lassativi e io non ne potevo più. Sapevo che non era normale dover prendere quella roba per andare in bagno.

Michela mi disse, basandosi su ciò che aveva studiato, che se avessi eliminato tutti i prodotti raffinati (zucchero, farine, biscotti, crackers) e tutte le proteine di origine animale (prevalentemente latticini, uova, carne e insaccati) e se avessi introdotto cereali integrali (riso integrale e miglio), legumi e semini vari il mio intestino avrebbe ricominciato a funzionare.
Non me lo feci ripetere due volte.

Da capricorno ascendente capricorno quale sono, nel giro di un giorno ho defenestrato tutto quello che di “bandito” era presente nella mia dispensa, ho svaligiato un supermercato Bio dietro casa (dove non ero mai entrata prima) acquistando tutte le cose che mi aveva suggerito Michela e rivoluzionai completamente la mia alimentazione.

Diventai “plant-based” senza neppure esserne consapevole.

Onestamente non sapevo cosa stessi facendo: mi facevo padellate di riso integrale o miglio con verdure e a volte (raramente) qualche legume e mettevo tamari (salsa di soia senza glutine) al posto del sale e aggiungevo qualche semino. Onestamente una cucina tremendamente triste.

Triste o non triste, poco a poco, il mio intestino ripartì. Una magia.

I primi segni di cedimento di questa alimentazione macrobiotica fatta male (per ignoranza da parte mia) che seguivo arrivarono dopo alcuni mesi (circa 5), quando vivevo a Sydney: mi sentivo sempre stanchissima e senza forze. Mi confrontai con Michela che mi suggerì di mangiare del pesce. Ricordo ancora che corsi in pescheria e comprai subito del salmone. Dopo averlo mangiato mi sentii come Braccio di Ferro dopo aver mangiato spinaci.

Con il senno di poi so che la mia stanchezza infinita era legata al fatto che per mesi praticamente non avevo toccato proteine (non erano certo i tre legumi che mangiavo ogni tanto a darmele!).

Poi successero tante cose nella mia vita: mi innamorai e la voglia di vivere Sydney e di godermi la mia vita overseas mi portò a ricominciare a mangiare (sempre con moderazione) latticini, pesce, uova e carne, soprattutto quando mangiavo fuori.

Arrivò un momento, però, in cui sentì di non farcela più: mi venne il rifiuto per la carne e per tutto ciò che sia di origine animale.

Dopo un week end a mangiare bacon and eggs rivoluzionai completamente la mia vita diventando raw vegan. Mangiavo tantissima verdura, frutta la mattina nel frullato, avocado, semi e frutta a guscio. All’epoca zero olio e pochissimo sale. Una vera follia con il senno di poi. Una follia non tanto l’alimentazione in se, che se seguita per un mese può anche far bene per disintossicarsi un po’, la vera follia fu seguirla per otto lunghissimi mesi, praticamente senza sgarri.
E per sgarri intendo mangiare riso e verdure cotte quanto andavo a cena fuori. Mangiare animali mi disgustava.

Ricordo che il primo periodo stavo davvero bene: avevo un sacco di energia, erano andate via le occhiaie, la mia pelle era più luminosa e avevo perso quei chili e quel gonfiore che non riuscivo a far andare via.

Proseguire per così tanto tempo, però, mi portò a dimagrire tantissimo, mangiandomi ogni parvenza di muscolo che potessi avere e, soprattutto, mi irrigidì moltissimo.

All’epoca lessi il tanto osannato The China Study di Colin Campbell: un libro che, a mio parere, crea solo terrorismo senza avere effettivamente delle basi scientifiche (i topini hanno sviluppato tumori e sono morti dopo aver mangiato caseina. E’ vero. Ma le quantità che venivano somministrate erano folli e non plausibili. E i topi non sono gli uomini). Essendo il primo libro di Alimentazione che leggevo lo elevai a Bibbia dell’Alimentazione: solo io avevo in mano la Verità assoluta e tutti quelli che mangiavano carne, pesce, formaggio e uova erano degli emeriti cretini che sarebbero morti da li a poco e che prima o poi avrebbero capito che IO AVEVO RAGIONE.

Ma si può?!?!
A pensarci ora mi vengono i capelli diritti!

Grazie al Cielo decisi di studiare alla Canadian School of Natural Nutrition per capire se effettivamente questo “vegan” o “plant-based” e soprattutto il crudismo fossero davvero i modi di alimentarsi migliori del mondo come mi stavo auto-convincendo fosse.

Rientrata in Italia, nel 2015, trovo grandissima difficoltà nel mangiare plant-based fuori casa (essendo anche celiaca era un dramma). La mia vita sociale si annulla.
Ero ufficialmente ortoressica: facevo fatica a mangiare tutto ciò che non fosse come dicevo io, biologico e cucinato in un certo modo. Ero una rompi balle a livelli epocali.
Ero attratta da formaggio, qualche dolce e anche dal pesce, ma mi violentavo a non mangiarli e se cedevo mi sento dannatamente in colpa. Che vita del tubo.

Studiando inizio a farmi delle domande: capisco che essere plant-based non sia necessariamente la scelta migliore, o quantomeno non lo sia per tutti, ma testa di rapa come sono, continuo imperterrita per la mia strada, fino a quando non ho il crollo.

Stavo molto male per la candida e mi ero ritrovata a mangiare solo verdura e olio. I carboidrati li avevo eliminati completamente: niente frutta, niente cereali, niente legumi, niente carote, niente zucca. Tutto mi faceva stare male. Niente proteine animali perché ero fissata con questa storia del plant-based. Ho tirato così tanto la corda che il mio sistema immunitario mi ha fatto una leva grade come una casa, così come il mio corpo: arrivata a pesare 47 kg dopo una brutta influenza, un Naturopata mi costrinse (e meno male!) a mangiare pesce e uova: avevo dannatamente bisogno di proteine!

Così feci. Con estrema difficoltà ammetto. Le uova mi facevano piacere e le mangiavo con gusto, ma il pesce mi ribaltava lo stomaco. Era per me una medicina e così mi tappavo il naso e lo buttavo giù.

Piano piano iniziai a stare meglio e a prendere peso. Impiegai un sacco a guarire dalla candida (qui trovi la mia storia). Nel frattempo uova e pesce erano rientrati nella mia alimentazione: il pesce lo mangiavo per lo più quando andavo fuori a cena, ma le uova erano un must have in cucina.

Un giorno, a pranzo con i miei genitori, mia mamma porta in tavola del pollo impanato. Decido di provare. Lo studio e lo scruto e poi lo assaggio. Non male! Un piccolo grande traguardo per me che ero ancora rigida come un palo in quanto ad alimentazione.E da li, lo sdoganamento della carne, fino all’apice: la salamella.
Chi mi segue da un po’ sa che scalpore avesse creato la mia foto della salamella. Mi sono beccata più insulti e auguri di morte in quell’occasione che in tutta la mia vita, ma me ne sono strafregata.

La salamella era buona, figuratevi (dopo quella volta, nel 2017, non la ho mai più mangiata!), ma quello che interessava a me era il fatto di esser riuscita ad andare contro la mia testa, contro i miei preconcetti, contro le mie paure: quella cavolo di salamella segnò per me un punto di svolta.

Mangiarla mi fece fatta sentire LIBERA.
Libera come non mi sentivo da anni.
Libera di dire di si a qualcosa che mi faceva gola.
Libera di non giudicare tutto e tutti solo in base alla loro alimentazione.
Libera di poter uscire a cena senza dover leggere il menù prima di poter accettare.
Libera di sentirmi di nuovo NORMALE.

Normale per me significa essere come sono ora: attenta alla mia alimentazione quando sono a casa, ma libera di dire di si e di godermi un pasto in compagnia senza dover rinunciare a nulla (già devo farlo per la celiachia!), senza giudicarmi, senza giudicare e senza avere sensi di colpa.

Normale non è fregarsene di ciò che si mangia e ingurgitare qualsiasi cosa pensando che il nostro corpo sia un tritarifiuti.

Normale è prendersi cura di se stessi e della propria salute in cucina, scegliendo per quanto possibile alimenti bio o quantomeno di produttori locali di cui ci si fida e non mangiando porcate preconfezionate come merendine, biscotti e cose del genere.

Normale è capire che la nostra alimentazione determina il nostro benessere sia fisico che mentale.

Normale è mettere da parte tutto quello che si sa di alimentazione e salute per un attimo quando si è in compagnia e vivere un momento di convivialità con serenità, senza farsi seghe mentali o ansie: evviva le noccioline e le patatine all’aperitivo, le fette di torta ai compleanni e il dolcino al ristorante se se ne ha voglia. Evviva la libertà di poter condividere il cibo con le persone che si amano anche se hanno una visione diversa dell’alimentazione rispetto alla nostra.

E io sono sempre più convinta che per far cambiare prospettiva a chi non ha ancora abbracciato la normalità come la intendo io, il modo migliore sia far assaggiare le bontà che preparo con ingredienti semplici e naturali e spiegando le mie scelte solo se mi viene domandato e facendolo in buon modo, in modo positivo, incuriosendoli, senza attaccare, senza aria di sufficienza o superiorità come facevo prima.

Abbracciare con amore la propria normalità permetterà a sempre più persone di farla diventare la propria.

Se vi va raccontatemi la vostra storia e la vostra esperienza.

Con affetto,

Emanuela 

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